giovedì 4 novembre 2010


Anche in Argentina e Brasile vive Carbonia
di Roberta Murroni
da La gazzetta del Sulcis n°508, 4 Novembre 2010


Buenos Aires, 11 Gennaio 2010. Inizia proprio qui il viaggio alla scoperta di una sardità d'oltremare: perché c'è, esiste ed è tangibile. Molti ne hanno scritto,discusso, di questa emigrazione senza confini terrestri; tanto è stato detto e fatto : centinaia di circoli sardi dislocati in tutto il globo, per cercare di ritrovare un po' di quell'isola e di se stessi, ovunque il destino ci abbia portati.
Buenos Aires, un sogno per me. Una laurea in tasca, pochi sogni ma decisi e una buona intenzione: trovare i sulcitani emigrati in Argentina. Sarebbe troppo difficile partire da Cortoghiana, il paese in cui ho vissuto 19 anni (ora, purtroppo o per fortuna non si sa, vivo a Milano,ma sono una pendolare). Inizio così da Carbonia; e qualcosa trovo. Nonostante il sindaco Tore Cherchi mi dica, nel Settembre 2009, che "Non è possibile che lei trovi qualcosa su Carbonia; è troppo giovane e da quello che so dopo la costruzione- saprà bene che Carbonia è una città fascista- nessuno è emigrato in Argentina". E qui, subito, ho storto il naso. Ho storto il naso perchè, essendoci in Argentina comunità carlofortine ed anche qualche iglesiente, non c'era motivo perché qualcuno da Carbonia non emigrasse in Argentina o in America Latina; ma il sindaco è stato irremovibile. Tuttavia, sedendo e mirando impolverati registri dell'archivio del Comune, e la famigerata SERIE XIII, qualcosa ho scoperto. Due nomi, due cognome: fratello e sorella emigrati in Argentina. Si tratta della famiglia Gaviano, a tutt'oggi residente a Buenos Aires. Però, due persone mi sembravano veramente troppo poche.
E così, un giorno, parlando con Marga Tavera, figlia del cavaliere Cosimo Tavera, ex presidente del circolo sardo, scopro che una signora di Carbonia c'è, in questa Buenos Aires; vive qui da 40 anni e ha anche aperto una attività. E poi, cercando qua e la su internet, scopro che in Brasile, più esattamente a Rio de Janeiro, vive una donna, molto bella e molto famosa, che da Carbonia è partita quando era una bambina, ed ora è attrice e produttrice cinematografica.
Col vostro permesso, vi porterò a conoscere Buenos Aires e Rio de Janeiro, e vi farò incontrare queste nostre concittadine che, da lontano, ci ascoltano e camminano con noi. La sardità non svanisce a causa della distanza.

ELENA NULCHIS
Buenos Aires, quartiere Palermo Soho, uno dei più belli della città. Accompagnata dalla mia amica Teresa Fantasia,emigrata sarda di Pattada residente a Buenos Aires da più di cinquanta anni, mi reco in Gurruchaga e Costa Rica, molto vicino a Plaza Cortazar, una delle più famose del quartiere insieme a Plaza Serrano. E' un piccolo edificio bianco, ben curato, con una bella insegna che dice " Sa Giara" e un cavallino a mo' di decorazione. Incontro una giovane donna, mi dice che la seňora no está, di tornare due giorni dopo. Così, due giorni dopo, sempre con Teresa, sono di nuovo lì. Mi trovo davanti una donna di statura media, dai capelli rossi e l'incarnato sottile. Le dico che sono li per un'intervista per la mia tesi di laurea, che sono di Carbonia. Arrossisce, ci fa accomodare offrendoci un caffè (argentino, non italiano, ma ugualmente ottimo) e inizia, timidamente, ad accennarmi qualcosa di sé, in spagnolo e un italiano stentato.
Elena Nulchis è nata il 15 Giugno 1948 a Carbonia, ma il padre era nativo di Sassari e la madre di Gesturi. Per motivi di lavoro, come molti all'epoca, si era dovuto recare a Carbonia per lavorare in miniera, e aveva portato con se tutta la famiglia. Nel 1952, i genitori decidono di partire per l'Argentina: Elena non ricorda quindi nulla della sua infanzia in Sardegna, aveva solo tre anni quando è andata via, ma ha mantenuto forti legami con la famiglia della madre, che risiede tutt'ora a Gesturi, e si è per questo recata parecchie volte in visita ai parenti. La famiglia del padre, invece, emigrò in toto. Elena, all'inizio timida, si lascia andare ad un lungo racconto, abbastanza sofferto.
"Come tutti gli immigrati, io credo, i miei genitori sentirono lo sradicamento dalla loro terra, e lo sentirono veramente molto forte; io ero piccola e al momento non lo sentì tanto perché era come se io alla fine fossi cresciuta e vissuta sempre in Argentina. Ho preso qualche abitudine argentina, ma è più forte quella sarda, perché in casa sempre si mantennero quelle abitudini, quei modi di vivere, cucinare. Parlo di me personalmente, credo che mai si riesca veramente a integrarsi con la terra che ti ospita: sei come divisa, il cuore è da una parte ma per la necessità ti trovi a vivere in un altro luogo. Però, ecco, a noi gli argentini ci hanno accolto molto molto bene, non ho avuto alcun problema nemmeno a scuola o all'università, dove mi sono laureata come nutrizionista; tuttavia, dentro, lo sradicamento si sente.
Mi ricordo mia madre, io ero piccola, seduta in una sedia, in una parte oscura della casa, piangeva. Lei era l'unica della sua famiglia ad essere emigrata e durante il tragitto la barca rischiò l'affondamento.. Dio ha voluto che arrivammo, e così con tutta la nostra forza, ci siamo. Noi siamo grandi lavoratori, la cultura del lavoro è stata fondamentale nella mia famiglia, basta vedere cosa ha dovuto fare mio padre per il lavoro, ha lasciato la Sardegna per andare dall'altra parte del mondo.. però ecco, se mi chiedi se mi sento totalmente sarda, non lo so. Sono sarda, però ho vissuto qui, ho la mia famiglia qui, quindi sono anche argentina.
Ho visto mia madre soffrire molto, lasciò la madre e la sorella; tornò due volte in Sardegna, per fortuna dopo venticinque anni poté tornare ma era normale, tutti gli emigrati di quel tempo partivano sapendo di non tornare mai più a vivere nel paese d'origine, ed è molto triste per una donna sapere di non poter vedere più la sua mamma. Non siamo venuti perché ci piaceva l'Argentina, non sapevamo nulla, si venne per necessità di lavoro perché in Italia in quell'epoca non c'era nessuna possibilità; mio padre lavorava nel campo delle costruzioni, mentre in Sardegna era minatore e contadino; mia madre invece era casalinga e noi, cinque figli.
Mi sono sposata, con un argentino discendente di spagnoli, e abbiamo avuto due figli, maschio e femmina, e sono nonna. I miei figli sono a conoscenza della mia cultura e del mio amore per la Sardegna, mio figlio lavora con me nel mio ristorante e dice sempre Io sono sardo!. Il ristorante è un piccolo angolo di Sardegna che ho ricreato volutamente nella casa in cui ho vissuto quando ero piccola. Mi era sempre piaciuto molto cucinare, conoscere la cucina europea, ed ero e sono nutrizionista; quando il quartiere è diventato commerciale, ho deciso di cogliere l'occasione, anche perché nel 2002 vennero delle delegazioni sarde,e io seguii un corso per piccola imprenditoria. Necessitavo uno stimolo morale dalla mia terra,un segno e questo corso mi diede la forza. E adesso sono qui, cuciniamo cibi sardi e realizziamo dolci sardi, con le ricette di mia mamma; però sono specializzata in pasta ripiena, sopratutto culurgiones". E di Carbonia, ripete: “ Non la ricordo,e non ci sono mai tornata. Però mi piacerebbe conoscerla..” ; sorride, mi chiede di descrivergliela: ci metto un po' di tempo, non voglio deludere me stessa ne le sue aspettative. Ci salutiamo con una promessa: le invierò qualche libro di cucina sarda.

ROSSANA GHESSA
Il mio incontro con Rossana Ghessa è stato causale: digitando su GOOGLE le parole “Brasile” e “ Carbonia” ho trovato la biografia di questa donna che, successivamente, sono riuscita a intervistare via e-mail. Rossana parla ancora italiano, anche se alcuni errori mostrano l'influenza del portoghese. Nasce il 24 Gennaio 1943 a Carbonia, dove i genitori si erano trasferiti per motivi di lavoro; nel 1950, quando Rossana ha appena sette anni, tutta la famiglia si trasferisce in Brasile “Siamo emigrati per conto di mio cognato, aveva uno zio che fece una richiesta che venissero tutti in Brasile, siamo sbarcati a San Paulo e siamo rimasti lì, ma io ora vivo a Rio de Janeiro”. Qui, iniziò per la famiglia Ghessa una nuova vita: “Il mio babbo, che a Carbonia era minatore, ha lavorato come giardiniere, perché no ha mai imparato a parlare il portoghese. Lui non tornò mai in Italia. Solo la mia mamma, dopo la morte di mio padre andò a Italia e ci restò un anno. Mia sorella il marito e i 3 figli nati in Brasile, dopo 5 anni tornarono in Italia. Mia sorella si chiama Ersilia e vive a Capoterra, vado sempre a trovare lei e anche i miei zii, sono tutti a Capoterra e lì ho molti parenti”. Rossana ha mantenuto stretti rapporti con la sua terra, così da tornare spesso in visita, ma quando le chiedo se lei, invece, è mai tornata proprio a Carbonia, mi dice: “A Carbonia sono solo nata, ma mi farebbe molto piacere conoscerla”.
In Brasile, Rossana non è una persona qualunque. Fin da giovanissima ha studiato danze e recitazione; “Finita la scuola media cominciai le Belle Arti. Ancora molto giovane cominciai a lavorare come attrice e per questo motivo ho smesso di studiare, però ho fatto molti corsi liberi, come canto, danza classica, dizione e tanti altri, sempre direzionati al mio mestiere”, ci dice, e d'altra parte anche su internet le informazioni su di lei abbondano. Ora, è una produttrice cinematografica ed assieme al marito, Durval Garcia, possiede la casa di produzione Verona Filmes. La coppia ha un figlio, “si chiama ROMOLO; la moglie Paula sta aspettando il primogenito, cosi presto diventerò nonna.”.
E' giusto che Carbonia sappia che una sua figlia, ancora una volta, ha saputo rendersi grande e portare glorioso il nome della città.

domenica 24 ottobre 2010

PORTOVESME, FANGHI ROSSI.
ALLARME?NO.
I fanghi rossi, vasche di deposito della lavorazione della bauxite,si presentano come una landa di 20 milioni di metri cubi

da L'arborense, numero 29, 2010


E' trapelata nei giorni scorsi la notizia, quasi fosse rivelatoria, della presenza di fanghi rossi nell'area di Portovesme, Portoscuso. Intanto, i lavoratori dell'Eurallumina, già da qualche tempo dismessa, manifestano per vedere riaperta l'industria che, per anni, ha provveduto al sostentamento delle loro famiglie e molte altre prima di essi. Sembrerebbe quasi un gatto che si morde la coda: cittadini manifestano contro l'inquinamento causato da alcune industrie, ad oggi chiuse, per la cui riapertura manifestano altri cittadini; che non siano guelfi e ghibellini è lecito da pensare, tuttavia questo clamore è alquanto esagerato.
I fanghi rossi, vasche di deposito della lavorazione della bauxite, si presentano come una landa di 20 milioni di metri cubi - ben più di quelli scoperti in Ungheria qualche giorno fa; due aree di stoccaggio molto ampie,quindi, con uno stoccaggio su circa sette livelli fino a 18 metri di altezza. Il problema è, e non molti lo dicono, che questo clamore è assolutamente fuori luogo e quasi obsoleto, giacché il problema esiste e persiste da più di 35 anni- essendo stato avviato nel 1973 l'impianto Eurallumina- e già nel 2009 Carabinieri del Nucleo operativo ecologico avevano sequestrato i bacini di stoccaggio. Niente di nuovo, quindi, solo il clamore del discorso ungherese che, finalmente, si ripercuote e amplifica un aspetto ancora più devastante di quella che si presenta la situazione del sulcis iglesiente, una zona sopravvissuta anche grazie alle industrie che ora, chiudendo, lasciano famigliein disagio economico e danno ecologici incommensurabili. All'apertura dello stabilimento lo smaltimento avveniva mediante lo scarico a mare, a mezzo bettoline, che depositavano i residui in una fossa marina di circa 1550 metri di profondità, a circa 28 miglia da Capo Sandalo (isola di San Pietro): quindi, in mare. Alla fine del 73 l'Eurallumina, quindi, iniziò gli studi per soluzioni alternative in seguito alle forti opposizioni locali allo scarico in mare, alla scarsa affidabilità di trasporto delle bettoline in condizioni di mare agitato e per ragioni di impatto ambientale. Si decise pertanto di stoccare i fanghi in un bacino di colmata: furono individuate due zone nell'entroterra a 4 km a NordEst dallo stabilimento, ed un'area costiera depressa comprendente lo stagno di Su Stangioni e confinante con la laguna di Boi Cerbus a 3 km a SudEst dall'impianto. Venne scelta quest'ultima area perchè si ritenne che offrisse le più favorevoli condizioni geologiche e topografiche.
Il bacino è costruiito su fondo sabbioso, per un'estensione di circa 125 ettari, delimitato da un argine di altezza originaria di 10 m sopra il livello del mare, con uno sviluppo perimetrale di 4700 metri. L'argine ha forma trapezoidale (base maggiore 35 m, base minore 5 m). Il fango, trasportato dallo stabilimento mediante tubazioni, è depositato nel bacino e stoccato su diversi livelli: se contano 7, per un'altezza complessiva di oltre 20 metri e uno stoccaggio totale di oltre 20 milioni di metri cubi di residuo. Il bacino ha una funzione prettamente di contenimento del fango in quanto la presenza di soda caustica impedisce interventi efficaci di rivegetazione dell'area di stoccaggio. Il risultato è che, seppur bonificato dal punto di vista dell'impatto ambientale (la struttura è perfettamente impermeabilizzata e la soda caustica presente in piccola percentuale e neutralizzabile con l'acqua di mare), l'area di stoccaggio ha un impatto paesaggistico distante e non conforme all'area selvaggia che lo ospita.
Attualmente i residui di lavorazione, inutilizzabili a causa della presenza di soda caustica, sono materia di studio ed analisi ma, dopo questo clamore, la procura di Cagliari ha finalmente richiesto ulteriori accertamenti geotecnici finalizzate per valutare la staticità della diga e ha posto sotto tutela di un consulente tecnico giudiziario l'intera area. Ma il bacino non ha mai accusato versamento.

sabato 3 aprile 2010

Attualità e prospettive della “Rete per l’Identità
- Argentina / Sud America /Europa -

13-14 Novembre 2010,
Centro di Documentazione Mastinu- Marras
Tresnuraghes (OR)

di Roberta Murroni


2009, “Anno internazionale dei Diritti Umani" : proprio in questo momento il CEDOC, Centro di Documentazione Mastinu- Marras di Tresnuraghes (Or) ha organizzato un incontro di studio sul tema “Identità, Emigrazione e Diritti Umani” con l’intento di analizzare il contributo di tutti i migranti - soprattutto sardi- e il loro ruolo nel mondo, nelle varie societa’ e in vari contesti storico-culturale.
Il CEDOC, inaugurato il 27.11.2005, patrocinato della Regione Sardegna, nasce al fine onorare la memoria di Martino Mastinu e Mario Bonarino Marras, originari di Tresnuraghes e desaparecidos durante l’ultima dittatura militare in Argentina (1976-1983). Ma non é tutto: il Centro e’ ora una Onlus per la difesa dei diritti umani, e il suo operato vede tra le sue piu’ importanti finalita’ quella di curare la divulgazione e lo studio degli Atti al processo di Roma, chiusosi nel 2004, che ha visto la condanna definita in Cassazione dei militari argentini colpevoli di crimini contro l’umanita’ e implicati nella desaparición di cittadini italiani tra cui, appunto, Mastinu e Marras.

Diviso in due giornate, l’incontro ha visto la presenza di una delegazione di studenti di alcune scuole di Iglesias (CI), la scuola media di Tresnuraghes (Or), numerosi studiosi e cultori della materia.
Si e’ deciso di lavorare in gruppi di studio (Arte, Economia, Storia e psicología); i giovani studenti, con insegnanti ed esperti hanno dato via ad una intensa giornata di laboratori finalizzati a conoscere le diverse realta’.
Il gruppo d’Arte, con Monica Bellanova, operatrice culturale esperta di Tango, e i due musicisti Gina Lacorazza e Tobías Jiménez González, ha dato vita ad una performance musicale in cui le voci dei ragazzi si fondevano con la chitarra di González, la voce e le percussioni di Lacorazza e in cui i corpi diventano strumento percussivo; i ragazzi, inoltre, invitati dalla dottoressa Bellanova ad assaporare la magia del Tango, hanno iniziato a muovere i primi passi nel mondo dell’immigrazione italiana in Argentina.
Il gruppo di Psicología, invece, ha visto molti giovani ascoltare in silenzio le parole della giovane Tatiana Sfiligoy raccontare la sua storia:, figlia di desaparecidos, fu abbandonata insieme alla sua sorella minore in una piazza e, posta in un orfanotrofio, data in adozione legale ad una famiglia: la ragazza ha avuto tutto l’appoggio da parte della famiglia, che aveva adottato le due sorelline in buona fede, e ha deciso di mantenere il cognome adottivo; e’ stata ritrovata dalle Abuelas di Plaza de Mayo e dalla CONADI, con cui ora lavora.
I gruppi di storia e di economia, di carattere piu’ tecnico, hanno studiato gli avvenimenti storici della dittatura ed elaborato un progetto di creazione di una ONLUS per diritti umani.
La seconda giornata, invece, ha visto tutti i gruppi riuniti discutere le esperienze accumulate nella giornata precedente e la stesura di una relazione finale, per riunire pensieri, sentimenti ed esperienze vissuti da questi giovani studenti nei due intensi giorni di scambio culturale.

I due incontri sono stati patrocinati dalla Regione Sardegna, dal Comune di Tresnuraghes, con la collaborazione di Ambasciata Argentina, Comisión Nacional por el Derecho a la Identidad CONADI, Abuelas de Plaza de Mayo, Istituto Italiano di Psicologia di Grupo, Kairos Onlus, SAL Onlus, 24marzo Onlus e Progetto SUR Onlus.



TRESNURAGHES (OR) - 13 e 14 novembre 2009


Venerdi 13 novembre
Ore 11.00 - Arrivo delle delegazioni – Inaugurazione mostre audiovisive –

Presentazione e introduzione al seminario.

Ore 16.00 - Gruppi d’interesse:
- Storia: Memoria, diritti umani e migrazione (racconti e testimonianze a confronto);
- Psicologia: Emigrazione, adozioni e identità (metodologie di sostegno a giovani e migranti);
- Arte: Cultura e Identità (con la preparazione di una performance musicale conclusiva)
- Economia: Emigrazione, sottosviluppo e cooperazione Internazionale (metodologie di sostegno internazionale)


Sabato 14 novembre
Ore 9.00 – Gruppi d’interesse:
Ore 11.00 – Conclusione dei lavori dei gruppi
Ore 16.30 – Incontro su “Attualità e prospettive della “Rete per l’Identità”: Argentina/Spagna/ Italia


reperibile QUI
Perla Suez,
I fiumi della memoria
(Milano, Alacrán Edizioni, 2009)

di Roberta Murroni

Entre Rios, la mesopotamia argentina: si qui svolgono le vicende raccontate in questa trilogía; una terra di mezzo che diviene spazio comune, pretesto e fine ultimo delle novelle di Perla Suez.

Nata a Córdoba, ha vissuto gran parte della propria infanzia a Basavilbaso, nella provincia che fa da sfondo a questo romanzo. Autrice argentina, quindi, le cui origini affondano nella cultura russa dei suoi avi: il nonno, il rabbino noto come Gaucho Froique ( Efraín Yagupsky), e il suo proprio padre, il medico Naúm Aarón Yagupsky.

Per buona parte del XX secolo - soprattutto dopo la rivoluzione russa del 1917- questa provincia del Nordest argentino fece da ricettacolo ad una nutrita migrazione di ebrei russi in fuga dalle persecuzioni, diventando cosí l’ennesima tierra prometida che, come tutte le precedenti, si mostra per quel che e’. Entre Rios e’ un luogo che nulla ha a che vedere col locus amoenus tanto decantato: incontriamo qui, di fatto, vicende ben lungi dall’idea di vita serena ed esistenza tranquilla, piuttosto colme di episodi di razzismo, intolleranza e ingiustizia.

Il tempo della narrazione occupa un lungo arco che, partendo dalla Semana Tragica del 1919[1], passa ai primi anni 30 per arrivare infine agli anni 50, quando in Letargo echeggia la voce di Nat King Cole[2] attraverso le mani di un pianista che Deborah non puo’ vedere, vittima di una cecitá nervosa.
Spazio e tempo si fondono qui con l’elemento imperniante la narrazione, la violenza; trait d’union tra i vari personaggi e le loro storie, diviene causa e conseguenza di un’emigrazione nata dalla persecuzione e che nella persecuzione, nella nostalgia, nella violenza e nel dolore trova sfogo. I protagonisti, destinati a rimanere impressi nella memoria del lettore per intensità e originalità subiscono continuamente la violenza del potere e a loro volta la esercitano. Cosí Deborah in Letargo, Mora in “Complotto” e Lucien in “L’arresto; cosí i personaggi che li circondano: l’inglese depravato e moralmente degradato che viola ripetutamente Mora, madri depresse suicide, nonne russe tradizionaliste ricordate con immenso amore e malinconia. Anche Lucien, l’unica vera vittima che muore nella Buenos Aires degli orrori del 1919, diventa carnefice quando ama carnalmente Vera
, la sensuale moglie di suo fratello.

Racconta cio’ che conosce, Perla Suez, e lo fa narrando una realta’ ebraica a lei molto vicina; lo fa con stile raro, talvolta complesso a una prima lettura. La lingua riflette questo spaccato fisico storico: e’ la voce della

bobe che rieccheggia nella mente di Deborah, e’ la voce di Lucien, la voce di Mora. E’ la voce di una perenne diaspora che trova qui alcuna risoluzione; é la voce di una Argentina in cerca di stabilitá, di un popolo – ancora in esilio e non totalmente integrato- in lotta con se stesso.



[1] Nel gennaio 1919, la polizia argentina, coadiuvata dalle bande paramilitari della Liga Patriótica e dalla Chiesa, arrestò, torturò e uccise sindacalisti, scioperanti e molti innocenti: Lucien rappresenta uno di questi giovani.

[2] Nat King Cole (Montgomery, 17 marzo 1919 – Santa Monica, 15 febbraio 1965) cantante e pianista statunitense.




reperibile QUI

mercoledì 3 marzo 2010

Emigrazione


Centro studi SEA, L'emigrazione sarda in Argentina e Uruguay (1920-1960)
Villacidro 2006
di Roberta Murroni



Il saggio L'emigrazione sarda in Argentina e Uruguay (1920-1960), difficilmente reperibile nelle librerie nazionali ma facilmente ordinabile tramite internet, è stato pubblicato nel 2006 per conto del Centro Studi SEA. L'Associazione Centro Studi sulla Sardegna e sui rapporti storici culturali, sociali ed economici con l'Europa e l'America Latina (SEA) si è costituita il 15 dicembre del 1998 e raggruppa un nutrito numero di ricercatori e studiosi sardi; ha al suo attivo una serie di attività di interesse storico e sociale e si occupa dello studio della storia, della società e della cultura sarda, dei rapporti dell'isola con l'Europa e l'America Latina, ed è proprio con questo volume che inaugura la seconda collana dedicata agli studi latinoamericani.
Dal punto di vista formale, questo saggio sarebbe da considerarsi una raccolta di biografie di uomini sardi emigrati in Argentina dai comuni di Pabillonis, Guspini, Sardara e Serrenti, tuttavia il testo affronta il problema dell'emigrazione sarda tout-court, con ampi riferimenti al fatto storico in sé, quello della questione meridionale, di cui l'emigrazione isolana potrebbe considerarsi emblema, seppur avvenuta con un certo ritardo: “sos disterrados”, i sardi emigrati e residenti fuori dalla Sardegna, sono ad oggi più di 500.000. L'intento del testo è di fornire un quadro completo del fenomeno migratorio,con particolare riferimento ai quattro comuni del cagliaritano; la ricchezza del saggio è da ritrovarsi nelle fonti iconografiche e nella raccolta di interviste, svolte dagli studiosi del centro SEA di Villacidro (Ca) il quale, sotto la direzione di Martino Contu, studioso e cultore della materia, pubblica questo testo all'interno di progetti culturali promossi dal medesimo centro.
Le biografie contenute nel libro, storie individuali, diventano qui emblema di un movimento collettivo, quello dell'emigrazione sarda del primo dopoguerra; tale soluzione era divenuta scelta obbligata sia per chi si rifiutava di aderire al neo regime fascista sia per i giovani sardi con spirito avventuriero e, probabilmente, una prospettiva lavorativa e di vita non eccessivamente rosea: rappresentativo è caso di Sisinnio Mocci, giovane rivoluzionario antifascista nato a Villacidro, emigrato in Argentina nel 1927 per lavoro e, tornato in patria, trucidato alle Fosse Ardeatine nel 1944. I casi del secondo dopoguerra trattati nel saggio rappresentano invece lo sfogo generazionale ad un'insoddisfazione causata dalla crisi sociale ed economica, di cui Sardegna e Italia erano vittime: ecco che Argentina e Uruguay diventano “terra di speranza” e “frontiera immaginaria”; per molti altri emigranti, invece, le Americhe non sono state terre di speranza: alcuni di essi si sono visti costretti ad un ritorno nei comuni di origine, altri sono rimasti nei paesi che li avevano accolti senza aver però mai trovato la terra promessa a lungo agognata; più spesso, le condizioni di vita e di integrazione sono state difficili, anche a causa delle innumerevoli crisi politiche e dittature che hanno colpito Argentina e Uruguay nell'ultimo secolo.
La storia di un sardo emigrato diventa la storia di tutti i disterrados, costretti dalla vita ad abbandonare il proprio luogo d'origine per costruirsi un'identità individuale oltreoceano. Nella maggior parte dei casi raccontati nel libro, le esperienze vissute da questi uomini, esperienze duro lavoro e sacrifici per uscire dalla povertà, non hanno minato l'identità culturale del singolo individuo e della collettività sarda: è stata questa la forza che ha permesso la nascita di molti circoli Sardi nelle terre di accoglienza. Le vite narrate sono parte di una storia ricca di sconfitte, di piccole conquiste e di enormi successi: i racconti ci arrivano dai migranti, dai loro figli e dai discendenti di quarta generazione, che nulla hanno perso di quella "sardità" tramandata dai loro avi e, a tutt'oggi, ancora viva nelle comunità d'oltreoceano.


trovate questo saggio sulla rivista ALTRE MODERNITA' , della Universita' degli studi di Milano.

domenica 27 gennaio 2008

Il mondo e la memoria

Decisa per volere dello Stato italiano nel 2000, si celebra oggi la "Giornata della memoria".
Ad oggi, infatti, ricorre il 62°anniversario dalla liberazione di Auschwitz con l'ingresso dell'Armata rossa.
Il presidente della Camera ha oggi dichiarato nel discorso rivolto ai 700 studenti che, dal binario 21 della stazione centrale di Milano, sono diretti al famoso campo di concentramento: ''Sulla memoria di una tragedia irreparabile come Auschwitz, che è il simbolo di tutto il male del mondo, si può costruire la pace che necessita del dialogo tra le civiltà''.
Una bellissima iniziativa, aggiungo da profana.
Per non dimenticare quel "pasticciaccio brutto" che fu il Nazismo, e con esso qualsiasi forma di annientamento dell'essere umano nel corpo e nella mente.

Per ricordare che purtroppo, oltre i migliaia di ebrei italiani e non uccisi dei campi di concentramento, tanti giovani innocenti di origine italiana e non hanno fatto la stessa fine nei campi di detenzione illegale in Argentina e Cile, solo per citare due luoghi con situazioni e dittature ben precise.

MAI, MAI DIMENTICARE.


AUSCHWITZ
Argentina. I cadaveri non sono mai stati ritrovati.
Giacciono sul fondo dell'oceano i corpi e le anime di migliaia di giovani innocenti,
giovani madri, giovani mariti, intellettuali, operai.


venerdì 25 gennaio 2008

Cade il governo...

Con 161 voti negativi , 156 positivi, un astenuto (Scalera) e tre assenti (Andreotti, Pininfarina e Pallaro che è rimasto in Sudamerica), cade il governo Prodi; e non è la prima volta.
Già nel 1998, infatti, dopo la crisi profilata si all'inizio dell'autunno, il 9 ottobre 1998 cade il governo Prodi, battuto per laprima volta nella storia per un solo voto. Dopo 800 giorni, Prodi va a casa e finisce così primo mandato (1996-1998)
Ma la storia si ripete, prima in tragedia e poi in commedia.
Così, la tragicomica farsa di questo governo, che tanto ha promesso e auspicato (come tutti i governi, in realtà) finisce il 24 Gennaio 2008, poco meno di due anni dopo dall'inizio del secondo mandato.
Se è vero che "ogni crisi va affrontata a viso aperto", come ha affermato lo stesso Prodi, di questa crisi non rimane che lo sdegno del popolo, l'unica vittima di questo tira e molla tra partiti e governi.
«Sono qui perché non si fugge davanti al giudizio di chi rappresenta il popolo - ha detto Prodi - L'Italia ha bisogno di proseguire il virtuoso cammino delle riforme economiche e sociali, affiancandogli le riforme istituzionali per mettere l'Italia all'altezza delle sfide che ci attendono. Soprattutto per questo chiedo a ciascuno di voi il voto di fiducia».
Bene, fiducia non accordata; e ora la patata bollente salta nelle mani del Presidente della Repubblica Napolitano.

Quale storia dovrà ripetersi ancora, e in quale modo, e con quali attori?